9 aprile 2026 - Staff
Milano, 9 aprile 2026 — Nello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, l’Iran avrebbe trasformato il diritto di transito in un pedaggio da regolare in valute digitali. Secondo quanto riportato dal Financial Times l’8 aprile 2026, chi vuole attraversarlo deve comunicare il proprio carico alle Guardie della Rivoluzione iraniane (IRGC), attendere una valutazione e versare circa un dollaro per ogni barile trasportato: fino a due milioni di dollari per una petroliera a pieno carico. Tra gli strumenti di pagamento indicati figurano bitcoin, yuan digitali e stablecoin; escluso invece il dollaro.
La scelta di Bitcoin non sorprende chi ne conosce le proprietà fondamentali. Bitcoin è un asset che nessun governo può emettere e che, se custodito correttamente, non può essere bloccato da una banca. È, in questo senso, l’equivalente digitale dell’oro: non tanto per l’uso nei pagamenti quotidiani, quanto per la sua natura di riserva di valore sottratta al controllo discrezionale degli Stati.
Teheran non vuole dollari — o, più precisamente, non può detenerli senza esporsi alle sanzioni occidentali. Bitcoin risponde perfettamente a questa esigenza.
Accanto a Bitcoin compare lo yuan digitale, coerente con la strategia di dedollarizzazione perseguita dalla Cina. La differenza, però, è sostanziale: lo yuan resta una valuta di Stato, emessa e controllata da una banca centrale.
Rispetto a Bitcoin, offre maggiore stabilità di potere d’acquisto nel breve periodo. Bitcoin, invece, resta per sua natura volatile. È proprio questa esigenza di stabilità, tipica di chi deve regolare transazioni commerciali e non costruire riserve di lungo termine, a spiegare la presenza di un terzo strumento: le stablecoin.
Le stablecoin — cripto-attività ancorate al valore del dollaro e utilizzabili su blockchain pubbliche, al di fuori dei circuiti bancari tradizionali e di Swift — rappresentano probabilmente il secondo grande successo del mondo cripto dopo Bitcoin.
Non competono con Bitcoin: lo completano. Bitcoin è la riserva di valore; le stablecoin sono lo strumento del commercio digitale.
Resta però un punto essenziale. Le stablecoin, in generale, sono tracciabili su blockchain pubbliche. Non sono oro digitale: sono dollaro digitale con memoria. Per un Paese sottoposto a sanzioni, farvi affidamento significa scommettere che nessuno voglia — o riesca — a ricostruire il percorso delle transazioni.
Ferdinando Ametrano, amministratore delegato di CheckSig, legge la vicenda in una prospettiva più ampia.
«Una notizia del genere sorprende solo chi non ha ancora capito che cos’è Bitcoin» dichiara Ametrano. «Bitcoin nasce proprio per esistere al di fuori di qualsiasi sistema di controllo statale. E questa vicenda lo dimostra con una chiarezza che nessun libro di testo potrebbe offrire. Hormuz ci consegna, in forma drammatica, una lezione valida anche in tempo di pace: nell’economia digitale globale, il denaro programmabile e non censurabile non è un’astrazione ideologica. È infrastruttura».
«Le stablecoin completano il quadro come strumento di scambio digitale, ma non vanno confuse con Bitcoin» aggiunge Ametrano. «Sono dollaro digitale, non oro digitale. La distinzione non è accademica: è la differenza tra un asset che nessuno può fermare e uno che qualcuno, in linea di principio, può tracciare e congelare. E il dollaro a cui sono ancorate ha perso, dal 1971, oltre il 98% del suo valore reale rispetto all’oro: la parola “stabilità” va maneggiata con cura».