Siamo tutti Satoshi Nakamoto

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9 aprile 2026 - Staff

Un nuovo articolo del New York Times tenta di svelare l’identità segreta di Satoshi Nakamoto ma fallisce rovinosamente

Sedici anni fa, un individuo o un gruppo utilizzò lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto per lanciare Bitcoin. Due anni dopo, Satoshi scomparve e la sua identità rimane ancora oggi un mistero: si è finora dimostrato indifferente sia alla fama che al richiamo della ricchezza dei bitcoin da lui controllati e mai utilizzati (oltre 60 miliardi di dollari).

L’inchiesta del New York Times

Di recente, il New York Times ha pubblicato un’indagine in cui suggerisce che Adam Back, crittografo britannico e CEO di Blockstream, possa essere il candidato più plausibile a celarsi dietro lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto. L’inchiesta, firmata da John Carreyrou, si fonda su un lavoro estensivo di analisi stilometrica e ricerca archivistica. Attraverso una serie di filtri il campo è stato progressivamente ristretto fino a convergere su un unico nome: Adam Back. A rafforzare la tesi, il quotidiano evidenzia anche alcune sovrapposizioni tecniche e comportamentali: già alla fine degli anni ‘90, Back aveva delineato molti degli elementi chiave di Bitcoin.

Tuttavia, come già accaduto in numerosi tentativi precedenti, anche questa ricostruzione appare tutt’altro che solida. L’intero impianto si basa infatti su correlazioni statistiche e inferenze retrospettive che rischiano di confondere la probabilità con la causalità. In un contesto come quello delle mailing list cypherpunk è del tutto plausibile che più individui presentino stili simili, riferimenti comuni e traiettorie convergenti. Il fatto che Back emerga come “miglior match” non implica che sia quello corretto: lo stesso esperto di stilometria coinvolto ha definito i risultati non conclusivi.

Back ha inoltre negato esplicitamente ogni coinvolgimento, attribuendo le somiglianze a un classico caso di confirmation bias legato all’elevato numero di suoi interventi nelle discussioni sull’electronic cash. In assenza di una prova crittografica, ovvero la firma di un messaggio con le chiavi private associate ai wallet di Satoshi, queste indagini restano inevitabilmente nel campo della speculazione. Continuare a selezionare candidati sulla base di indizi indiretti rischia di trasformare un problema tecnico in una narrativa mediatica, dove il desiderio di trovare un volto prevale sulla solidità delle prove.

I casi precedenti

Già nel 2015 il New York Times inciampò sulla questione suggerendo che Nick Szabo, uno dei pionieri concettuali di Bitcoin, potesse essere Nakamoto. Tuttavia, Szabo era più un teorico che un programmatore. Allo stesso modo, Hal Finney, uno dei più famosi crittografi degli ultimi decenni e uno dei primi sostenitori di Bitcoin, è stato spesso associato a Nakamoto. Finney negò ripetutamente questa affermazione prima di morire nel 2014.

La situazione peggiore si creò nel 2016, quando la BBC fu ingannata da Craig Wright che affermava di essere Satoshi Nakamoto. Supportato da risorse finanziarie significative, Wright intraprese una campagna durata anni per cercare di modificare il protocollo di Bitcoin, ed ottenere quindi l’accesso ai Bitcoin originariamente controllati da Nakamoto.

Wright tentò in seguito di impedire la pubblicazione e la distribuzione del whitepaper originale di Bitcoin e intentò cause legali contro chi si opponeva a lui. Fortunatamente, a giugno del 2024, un tribunale del Regno Unito stabilì che Wright non era l’autore del whitepaper di Bitcoin, né la persona che operava sotto lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto nel periodo 2008-2011 e nemmeno il creatore del sistema Bitcoin né l’autore del suo software iniziale.

Perché siamo tutti Satoshi

In definitiva, con la sua scomparsa Satoshi ha trasmesso un messaggio chiaro: Bitcoin appartiene a tutti e deve rimanere libero dall’influenza di qualsiasi individuo. L’assenza di una figura centrale è un punto di forza perché garantisce che lo sviluppo di Bitcoin non è soggetto a improprie pressioni dirigiste. Come dicono spesso gli appassionati di Bitcoin: “Siamo tutti Satoshi”.

In effetti, lo siamo perché Satoshi vive in tutti coloro che comprendono e adottano la sua geniale creazione: un asset digitale che può essere trasferito ma non duplicato, scarso in ambito digitale come null’altro prima. Una scarsità che richiama quella dell’oro in natura: basta pensare al ruolo dell’oro nella storia della civiltà, della moneta e della finanza, per capire la rilevanza dirompente del suo equivalente digitale nell’attuale civiltà digitale e nel futuro della moneta e della finanza.

Per comprendere davvero le origini cypherpunk di Bitcoin, un contributo utile è quello di The Genesis Book: The Story of the People and Projects That Inspired Bitcoin di Aaron van Wirdum, oppure quello del documentario The Digital Rush, prodotto dalla Bapu Film di Paolo Aralla assieme al Digital Gold Institute.

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